venerdì 1 maggio 2015

Metafore veicolo di espressioni linguistiche e di strutture concettuali profonde di Mariacristina Guardenti

I concetti, come base che abbiamo di conoscenza del mondo, ci aiutano ad orientare la realtà attraverso la semantica (il verbale) e ci forniscono una chiave veloce atta alla "categorizzazione" della realtà. riguardo al sistema cognitivo stiamo parlando di un campo dove le stesse "scienze" che condividono l'oggetto di studio, il cognitivo, non condividono metodi e saperi; riferendomi alla formazione personale e al Metodo Pluralistico Integrato sono propensa ad una visione sinergica tra discipline che potrebbe convergere in un unica risposta: la conoscenza.

 Mi piace la definizione data da Paolo Legrenzi (professore di psicologia presso l'Università di Venezia) che nel  "2002/2010 prima lezione di scienze cognitive" trad. Laterza,  dice a proposito delle scienze cognitive:" le scienze cognitive hanno come oggetto di studio la cognizione, e cioè la capacità di un qualsiasi sistema, naturale o artificiale, di conoscere e comunicare a se stesso e agli altri ciò che conosce."

Del resto non solo la filosofia ha ricercato significati alla riflessione sul problema della "conoscenza"
anche altri studi tra cui la psicologia che grazie al behaviourismo (studi basati su comportamenti osservabili direttamente escludendo i processi mentali) si è resa disciplina scientifica adottando il metodo sperimentale e rinunciando a tutto ciò che non lo è. La psicologia sperimentale poi per decenni ha basato i suoi assiomi sul meccanismo "stimolo-risposta", sottoponendo soggetti (umani e animali) a stimoli determinati e osservando la loro risposta.

Se da una parte i dati sperimentali accumulati hanno permesso di mettere in evidenza determinati meccanismi, dall'altra rimanevano ancorati a situazioni limitate, semplificate e non ripetibili.

Dalla Seconda Guerra Mondiale, i comportamenti umani derivati dai "meccanismi mentali" ebbero un diffuso interesse; i processi non direttamente osservabili, interni, portavano all'elaborazione di ipotesi sul "loro" funzionamento. Stava iniziando ad originarsi, anche se in maniera non consapevole la Psicologia Cognitiva.
Possono essere incluse nella grande famiglia della scienza cognitiva o per meglio dire delle scienze cognitive un numero diverso di discipline; gli altri campi possono essere l'intelligenza artificiale, la linguistica, la filosofia, le neuroscienze (neuropsicologia e neurofisiologia).
Anche se i confini delle scienze cognitive si elicitano indefinibili, ci sono altri  studi che condividono lo stesso interesse per i nascosti significati della conoscenza e del sistema cognitivo.

La teoria di George Lakoff e Mark Johnson (1988) che non esiste differenza reale tra sistema semantico (verbale) e sistema concettuale è prettamente di matrice logico-linguistica.

La nostra base di conoscenza del mondo e del "modo" in cui interagiamo con esso è il sistema concettuale. I concetti ci aiutano a classificare la realtà, ci permettono quindi di "incasellare" in gruppi più ampi e conosciuti le singole circostanze ed evenienze che abbiamo ogni giorno.
E per i concetti astratti con cui spesso costruiamo i nostri ragionamenti?
Concetti, ragionamenti e modi in cui li utilizziamo rappresentano il modo in cui noi vediamo la realtà, quello che sappiamo di noi e del mondo che ci circonda, è fondamentale per il nostro pensiero e anche per il nostro agire. semplicisticamente potremmo dire che i sostantivi (i nomi) esprimono le categorie con cui classifichiamo gli oggetti del mondo, sia concreti che astratti; alcune congiunzioni ( quindi, e, se, etc...) rappresentano i tipi di nessi logici che noi utilizziamo nel ragionamento, a cui si accompagnano elementi sonori, visivi, olfattivi, cinestesici, etc. che fanno comunque parte del sistema concettuale.
L'idea di questi due studiosi Lakoff e Johnson è quella di studiare questo sistema concettuale, il modo cioè in cui sono strutturati al loro interno e tra loro, attraverso la manifestazione del linguaggio verbale.


Essi notano infatti che:

noi non siamo consapevoli del nostro sistema concettuale; nella maggior parte delle piccole azioni

che quotidianamente compiano, noi semplicemente pensiamo e agiamo in modo più o meno

automatico, seguendo certe linee di comportamento. La difficoltà risiede proprio nel definire cosa

sono queste linee.

Una possibilità per individuarle è prendere in considerazione il linguaggio; infatti dal momento che la

comunicazione è basata sullo stesso sistema concettuale che regola il nostro pensiero e la nostra

azione, il linguaggio costituisce un’importa nte fonte per determinare come è fatto questo sistema

[Lakoff-Johnson 1998: 21-22].


Si accorgono che i nostri discorsi sono intessuti di metafore continuamente e molto più della nostra consapevolezza al riguardo, e le metafore di cui imbeviamo i nostri discorsi non sono quelle classiche ed elementari, sono invece sottili e irriconoscibili; poiché sono gli stessi concetti che hanno un organizzazione metaforica.
Se prendiamo la metafora discussa da loro nel 1988 LA DISCUSSIONE E' UNA GUERRA, dall'idea che la discussione, sotto certi aspetti, sia una guerra, viene analizzata secondo diverse realizzazioni.

LA DISCUSSIONE È UNA GUERRA

Le tue richieste sono indifendibili.

Egli ha attaccato ogni punto debole nella mia argomentazione.

Le sue critiche hanno colpito nel segno.

Ho demolito il suo argomento.

Non ho mai avuto la meglio su di lui in una discussione.

Non sei d’accordo? Va bene, spara!

Se usi questa strategia, lui ti fa fuori in un minuto.
 
Egli ha distrutto tutti i miei argomenti.

Bisogna specificare che quando parliamo delle discussioni in termini di guerra, lo facciamo nella convinzione di vincere o perdere, vedendo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni difendendo le nostre, guadagnando o perdendo terreno, usando strategie e facendo piani di "guerra", abbandonando una posizione indifendibile scegliamo una nuova linea di aggressione.
Spesso quando discutiamo siamo strutturati nella relazione attraverso il concetto di guerra e sebbene non ci sia un combattimento fisico ma solitamente verbale, esso si riflette sulla nostra discussione: difesa, attacco, contrattacco, offesa, etc., In questo senso la METAFORA DISCUSSIONE è pienamente GUERRA: struttura le azioni che noi compiamo quando discutiamo.

Se invece proviamo ad immaginare una situazione dove le discussioni non siano viste in termini di GUERRA, dove non ci sia nessun senso nell'attaccare o nel difendere, nel guadagnare o perdere, dove nessuno vinca a discapito di un altro. Immaginiamo una cultura dove la discussione viene vista come una DANZA, oppure una esibizione in cui i partecipanti sono visti come attori e lo scopo è una rappresentazione esteticamente piacevole ed equilibrata. In questa cultura la gente vedrà e vivrà le discussioni in modo completamente diverso, le condurrà in modo diverso e ne parlerà in modo diverso. E' forse assai probabile, direi ovvio  che dal nostro punto di vista questa gente non starebbe discutendo ma facendo qualcosa di diverso.
Sarebbe strano perfino descrivere la loro "azione" come discussione. Forse il metodo più neutrale per descrivere la differenza fra la cultura nostra e la loro, sarebbe dire che noi abbiamo una forma di discorso strutturata in termini di "combattimento", mentre loro ne hanno una strutturata in termini di "danza".
  questo è solo un esempio di cosa significa esplicitando un concetto metaforico: la discussione è una guerra, che struttura almeno in parte ciò che facciamo e come comprendiamo ciò che stiamo facendo nel corso di una discussione. L' essenza di una metafora è comprendere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro. Le discussioni e le guerre sono cose diverse, discorsi verbali e conflitti armati letali in cui le azioni compiute sono realmente DIVERSE.
Il concetto è strutturato metaforicamente, la discussione viene strutturata, compresa, eseguita, definita, solo in termini di guerra, l'attività del discutere è strutturato metaforicamente e di conseguenza il linguaggio si assoggetta alla stessa struttura metaforica.

questi sono i modi consueti di avere discussioni o di parlarne: attaccare la posizione di altro viene definita semanticamente proprio con le parole " attaccare la posizione". Il nostro parlare nelle discussioni presuppone una metafora di cui non siamo mai consapevoli e non solo nelle parole che usiamo è inserita la metafora ma nel concetto stesso di discussione; il linguaggio con cui viene definita non è né poetico, né retorico, né fantasioso ... è LETTERALE: ne parliamo in quel modo perché viene concepito da noi in quel modo e ci comportiamo secondo le concezioni che abbiamo delle cose.

L’ipotesi di Lakoff e Johnson è a questo punto chiara: il sistema concettuale è spesso organizzato in
maniera metaforica.

Il concetto di DISCUSSIONE viene strutturata come metafora di altri concetti, ad es la GUERRA

Avviene soprattutto per quei concetti particolarmente astratti o lontani dalle nostre esperienze che quindi risultano per questo poco chiari.
La loro metaforizzazione viene in nostro soccorso per renderceli accettabili in termini di un altro concetto che ci è più noto e che ci permette quindi di comprenderli più facilmente (e che può essere stato a sua volta precedentemente metaforizzato).

Esempio tipico è quello dei concetti astratti il cui significato risiede nel nucleo della personale esperienza percettiva del mondo e quindi più familiari, chiari e più significati proprio perché personali.
 
Potremmo dire allora che queste esperienze personali e "personalizzate" rappresentano la base della nostra vita conoscitiva , del nostro sistema concettuale. Base sulla quale si costruisce il resto del sistema concettuale e spesso attraverso successive estensioni metaforiche.

Come scrivono Lakoff e Johnson (1998: 81):

" noi generalmente concettualizziamo il non fisico in termini del fisico, cioè concettualizziamo

ciò che è meno chiaramente delineato in termini di ciò che è più chiaramente delineato. "
 

Lakoff e Johnson chiamano strutturali le metafore che strutturano un concetto nei termini di un altro concetto.  In altre parole, se per esempio sto considerando la metafora secondo la quale “la discussione è una guerra”, non mi fermerò a questa prima considerazione, ma articolerò la metafora cogliendo tutta una serie di somiglianze fra la situazione “discussione” e la situazione “guerra”.

E' sicuro che i due concetti non si sovrappongono mai totalmente altrimenti sarebbero lo stesso concetto; la metafora mette in evidenza determinati aspetti (quelli che manifestano somiglianza con l'altro concetto) del concetto metaforizzato, mentre trascura o nasconde gli altri.
metafore diverse ci restituiranno concezioni diverse e aspetti diversi dei concetti come abbiamo visto per il caso della DISCUSSIONE che può essere metaforizzata come GUERRA o come DANZA.


Quando le metafore strutturano  insiemi di concetti e non solamente i singoli concetti; per organizzare fra di loro i rapporti possono essere usati concetti di partenza e in questo caso sono determinanti le cosiddette METAFORE di ORIENTAMENTO, poiché molte di loro hanno a che fare con l'orientamento spaziale: su - giù, dentro - fuori, davanti - dietro, etc..

Nel linguaggio quotidiano, si possono identificare metafore spaziali che portano con se valori profondi legati alla priopercezione, l'immediata valorizzazione del proprio ESSERCI in relazione agli imput esterni ricevuti nel corpo e attraverso il corpo: in che senso distinguiamo il discorsi alti dai discorsi bassi? una persona profonda da una superficiale? Questi orientamenti spaziali derivano dalla costituzione stessa del nostro corpo e dal suo funzionamento fisico che ci circonda.
LE METAFORE di ORIENTAMENTO danno al concetto un orientamento spaziale: ad esempio il concetto "contento" è  su, il fatto che sia orientato nella direzione su determina espressioni come "oggi mi sento su di morale".
Questi ORIENTAMENTI METAFORICI hanno base nella nostra esperienza fisica e culturale. non sono arbitrari. E sebbene le opposiszioni su-giù, dentro - fuori, etc., siano di natura prettamente fisica le metafore di orientamento basate su di esse possono variare da cultura a cultura.
poiché queste METAFORE di ORIENTAMENTO servono a strutturare sistemi di concetti, deriva che se un "contento è su", allora "triste è giù". Avremo così insieme espressioni come "avere il morale alto", "sentirsi giù", "essere depresso", "avere il morale a terra o basso", etc..


La teoria dei due studiosi Lakoff e Johnson è in armonia con la posizione di U. Eco che sostiene la necessità di considerare contestualmente i processi metaforici, mai riducibili a semplici operazioni su parole singole e l'inutilità di formulare distinzioni troppo rigide o assolute fra proprietà essenziali dizionariali o concettuali e proprietà enciclopediche
 Il meccanismo sul quale si basa la metafora (e che dai due autori americani non viene analizzato approfonditamente) è lo stesso: una “similarità”, ovverosia una comunanza di determinati tratti.
Anche il fatto che una metafora metta in evidenza determinati aspetti del concetto e ne nasconda
altri può essere ricondotta all’idea echiana della metafora che esalta alcuni tratti e ne narcotizza altri.

 
l'intuizione presente anche in Eco dei due studiosi Lekoff e Johnson è portare la metafora dal piano linguistico a quello concettuale, presente anche in Aristotele il passaggio di questo tipo ne accresce il valore conoscitivo: metafora come foriera di nuove cose, come significante di una ristrutturazione continua che andiamo ad eseguire sulle nostre conoscenze,
sul nostro sistema concettuale.

Nell'interazione UOMO MACCHINA, Hci (Human-Computer Interaction) questa concezione più ampia della metafora, intesa come meccanismo e strumento cognitivo, sta incontrando successo e approvazione, mettendo in evidenza come spesso un utente che non conosce un determinato sistema riesce comunque ad interagire con esso richiamando esperienze e modelli acquisiti in situazioni simili (Mantovani 1995)
Più in generale sembra in larga parte metaforico il processo attraverso il quale molte innovazioni tecnologiche vengono metabolizzate. Molto spesso infatti una nuova tecnologia, per essere accettata dai suoi potenziali utenti, deve presentarsi con un aspetto familiare. Deve, in altre parole, proporsi sotto una veste che metta in evidenza la continuità rispetto al passato e il parallelismo con altre tecnologie già esistenti (stesso aspetto, stesse funzioni, ecc.). In questo modo l’utente è facilitato, perché tenderà ad utilizzare di f ronte alla nuova tecnologia modelli di comportamento e di fruizione che ha sviluppato in altre circostanze.
Basti pensare al caso esemplare delle interfacce grafiche per i sistemi operativi in cui venne utilizzata l’idea della scrivania. In questo modo una serie di funzioni che precedentemente erano attivabili solo attraverso criptiche istruzioni venivano “ancorate” ad oggetti di uso comune. Ovviamente il legame fra questi oggetti e la funzione (informatica) che attivavano era metaforico: il cestino per buttare vecchi file, la busta da lettere per inviare o ricevere messaggi, un foglio di carta per il programma di scrittura, ecc. Insomma, l’utente inesperto imparava a gestire l'interfaccia del suo computer "come se" si trovasse di fronte alla sua scrivania.
 

La stessa cosa accade con la diffusione di un nuovo medium. Bolter e Grusin [2002], ispirandosi a McLuhan, parlano in questo caso di remediation, cioè del processo attraverso il quale ogni nuovo medium riprende alcune caratteristiche comunicative dei suoi predecessori. Possiamo fare un sempio concreto, per far comprendere meglio come funziona questo meccanismo.

Oggi i siti Internet più famosi sono i cosiddetti “portali”, che si presentano con un’interfaccia che richiama direttamente quella del quotidiano. In questo modo l’utente, prima di sviluppare una competenza specifica, sarà indirizzato a fruire la home page del portale “come se” si trattasse della prima pagina di un giornale. E il portale ha del giornale, almeno in parte, la funzione informativa. Solo che l’informazione veicolata non si ferma a quella tipica della prima pagina dei quotidiani. Se analizziamo le home page dei portali e le prime pagine dei quotidiani da un punto di vista visivo ci accorgiamo di numerose analogie. Dell’organizzazione spaziale: rettilineo (alto/basso, destra/sinistra, ecc.) e curvilineo (centrale/periferico, circoscrivente/circoscritto). Ed è su opposizioni come alto/basso, destra/sinistra che si regge la struttura del portale, riprendendo in questo l’impostazione “a moduli” del quotidiano. I due tipi di testi, infatti, sono solitamente organizzati in modo simile. Ora senza stare a fare una analisi dettagliata e topografica del sistema in uso nel web, dal punto di vista eidetico (cioè dello studio di quelle che il linguaggio comune chiama “forme”) tanto i portali quanto i quotidiani si caratterizzano, in accordo con la loro struttura topologica, per la presenza quasi esclusiva di linee rette e per il predominio dell’ortogonalità (quadrati, rettangoli, ecc.). I valori cromatici sono sempre saturi e ben definiti: vengono utilizzati per lo più i colori fondamentali. In questo caso, quindi, la somiglianza visiva fra i due tipi di testi (prima pagina del quotidiano e home page del portale) ci consente di creare un legame metaforico e di utilizzare la seconda “come se” ci trovassimo di fronte alla prima.
 
 

Possiamo quindi sostenere con un certo senso di la nostra vita è pervasa da metafore
 

 

 

 

Bibliografia

Bolter, J.D., Grusin, R., 2002, Remediation, Guerini e Associati, Roma (tit. orig. Remediation.

Understanding New Media, MIT Press, Cambridge 1999)

Changeux, P., 1983, L’uomo neuronale, Feltrinelli, Milano (tit. orig. L’homme neuronal, Libraire

Arthème Fayard, 1983)

Eco, U., 1984, Semiotica e filosofia del linguaggio, Bompiani, Einaudi

Lakoff, G., Johnson, M., 1998, Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Milano (tit. orig. Metaphores

we live by, University of Chicago Press, Chicago 1980)

Legrenzi, P., 2002, Prima lezione di scienze cognitive, Laterza, Bari-Roma

Mantovani, G, 1995, L’interazione uomo-computer, Il Mulino, Bologna

Pessa, E., Penna, M.P., 2000, Manuale di scienza cognitiva, Laterza, Bari-Milano

Polidoro, P., 2002, “Essere in rete: banner e portali”, in P ezzini, I., Trailer, spot, clip, siti, banner.

Le forme brevi della comunicazione audiovisiva, Meltemi, Roma

Tabossi, P., 1998, Intelligenza naturale e intelligenza artificiale, Il Mulino, Bologna

 



venerdì 3 aprile 2015

PARLIAMO DI INTELLIGENZA EMOTIVA a cura di Mariacristina Guardenti



 
L’Intelligenza emotiva è uno dei concetti più popolari di questi ultimi anni , che apre un dibattito sul contenuto stesso della semantica: è un insieme di abilità cognitive o un insieme di competenze, disposizioni, abilità regolatrici di informazioni emozionali?

Cerchiamo qui di dare una definizione  generica di Intelligenza :

L’insieme delle funzioni psichiche di un individuo, che si traducono nella capacità di riconoscere, impostare e risolvere in modo adeguato i problemi posti dalla vita, utilizzando in modo corretto ed efficace tutte le abilità  

E l'Intelligenza Emotiva? 

E' la capacità che di percepire, identificare e riconoscere i sentimenti (EMOZIONI) propri ed altrui in maniera precisa nel momento stesso in cui sorgono; inoltre è la modalità funzionale di rendere fruibili queste INFORMAZIONI: emozioni e sentimenti  per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. -Goleman 1995-

È quindi una delle capacità all' auto-motivazione e viene impiegata per gestire le emozioni personali in modo costruttivo.

Per inciso …  Un Counselor non dimenticherà di sottolineare quanto sia fondamentale che …

Per poter conoscere a fondo i sentimenti degli altri  ( e quindi esercitare la professione del Counselor) è necessario innanzitutto conoscere i "propri sentimenti".

L’abilità a comprendere le emozioni degli altri si sviluppa in parallelo con la consapevolezza delle proprie emozioni, con la propria abilità ad empatizzare con gli altri, e con l’abilità a concettualizzare le cause delle emozioni e le loro conseguenze comportamentali. Inoltre, più si apprende sulla maniera e sulle ragioni del comportamento degli altri, più possiamo dedurre che cosa provano da un punto di vista emotivo. I bambini piccoli iniziano a scrutare i volti degli altri (principalmente i caregiver) per dare un significato a stimoli che per loro sono ambigui (social referencing). Nello specifico, affinché ciò sia possibile, i bambini 1) devono essere in grado di decodificare il significato usuale delle espressioni emotive facciali, 2) devono comprendere quali sono le situazioni che di solito producono emozioni, 3) devono realizzare che gli altri hanno una mente, delle intenzioni, delle credenze, e in generale degli stati interni, 4) devono computare un’informazione unica sull’altra persona che dovrebbe rendere comprensibile una risposta emotiva non stereotipata o una risposta che è diversa da quella che lui stesso avrebbe prodotto nella stessa situazione, 5) devono essere in grado di etichettare l’esperienza emotiva in modo da poter comunicare verbalmente con gli altri rispetto alle proprie emozioni e sentimenti (quest’ultima fa parte della prossima abilità della competenza emotiva). A partire dai 7-8 anni di età, i bambini iniziano a mostrare questi aspetti della propria competenza emotiva nelle relazioni sociali e familiari.

Le conversazioni sociali sono il principale veicolo attraverso cui i bambini imparano non solo il linguaggio descrittivo delle emozioni, la cui acquisizione continua nella fanciullezza e in adolescenza, ma anche come usare questo linguaggio negli scambi con gli altri per raggiungere obiettivi sociali ed emozionali. Per quanto riguarda gli script emotivi, questi vengono integrati nel corso dello sviluppo con il sistema di credenze della società in cui il bambino vive; inoltre, i comportamenti espressi in reazione ad una emozione saranno congruenti anche alla rappresentazione del sé del bambino, e del suo ruolo sociale che sarà indubbiamente collegato anche al genere.

Tra i diversi modelli teorici e sul piano concettuale si riflettono i differenti approcci di cui sommariamente andremo a dare spiegazione, inerenti l’Intelligenza Emozionale che è suscettibile di variabili inerenti non solo in relazione all’età, all’esperienza o al contesto, ma sottostante l’influsso diretto o no di chi osserva , studia e tenta di dimostrare l’efficacia di una misurazione della stessa.

La teoria triarchia dell’intelligenza . Anche Sternberg (1988, 1997, 1999), psicologo della Yale University, ha inteso l’intelligenza non come un’abilità singola, ma come un’entità articolata e composita, costituita da parti diverse:

• l’intelligenza analitica (astratta), che concerne l’analisi, la valutazione e il confronto di informazioni;

• l’intelligenza pratica, che si riferisce alla capacità di esercitare materialmente acquisizioni apprese ed elaborate;

• l’intelligenza creativa, che risiede nella possibilità di trovare soluzioni originali, produrre innovazioni, scoperte, avere insight.

Il punto di equilibrio fra abilità analitiche, pratiche e creative, consentirebbe di agire efficacemente in un determinato contesto socioculturale.

La teoria di Sternberg (1985) include un ulteriore articolazione in tre sottocategorie: 1) quella componenziale che prende in considerazione l’ambiente interno dell’individuo; 2) quella contestuale che fa riferimento all’ambiente esterno dell’individuo e che comprende l’intelligenza sociale; 3) e la componente esperienziale, che si rivolge sia all’ambiente interno che a quello esterno dell’individuo.

I contributi di Sternberg e di Gardner, che rappresentano teorie dell’intelligenza tra loro integrabili, hanno avuto ricadute applicative importanti in ambito scolastico; mentre la teoria della triarchia invita ad utilizzare i livelli di conoscenza di base degli studenti per sviluppare modalità creative, analitiche e pratiche, il lavoro di Gardner ha condotto ad una revisione e ad un ampliamento dei curriculum scolastici nel senso di una maggiore flessibilità, attribuendo importanza e dignità didattica ad ambiti tradizionalmente meno incisivi, quali ad esempio la musica e la psicomotricità. Ilavori di entrambi questi autori, inoltre, hanno preparato la strada per i contributi degli attuali teorici dell’intelligenza emotiva,

Questa ‘Intelligenza emotiva’ si connette direttamente con l’Intelligenza Intrapersonale descritta da “Howard Gardner”, poiché presuppone la consapevolezza dei propri stati d’animo e della loro portata; la valutazione assennata delle proprie risorse fisiche e psichiche di fronte all’evenienza (anche emozionale) che ci si presenta.

Vediamo come H. Gardner propone le Intelligenze Multiple

VERBALE: la parola che esplora

LOGICO-MATEMATICA: il numero che ordina

SPAZIO-TEMPORALE: prossemica e cronemica (percezione, organizzazione e manifestazione del tempo)

MUSICALE: il ritmo, l’armonia

CORPOREA: postura, movimento, manipolazione

INTRAPERSONALE: la gestione e il controllo del Sé

INTERPERSONALE: l’interazione con gli Altri

NATURALISTICA: è vero ciò che “vedo/tocco”

ESISTENZIALE: è vero ciò che mi serve

Se H. Gardner parla di Intelligenze Multiple, Goleman (1998) identifica 5 classi principali di competenze necessarie per una performance efficace a livello emotivo, con particolare riferimento all'ambito del lavoro e delle organizzazioni:


1      consapevolezza delle emozioni, sia nel Sé che negli altri, al fine di riuscire a gestire le varie situazioni, consiste nell’essere consapevole dei propri stati interni; è la capacità introspettiva, caratterizzata dall’auto-osservazione anche durante le emozioni intense. 

        

2      regolazione delle emozioni nel Sé, autocontrollo: la capacità di ignorare emozioni spiacevoli e sollecitare quelle piacevoli, riducendo così gli effetti negativi che alcune emozioni possono avere sulla performance. Resistere alle tempeste emotive è uno strumento efficace che permette di controllare lo stato emotivo personale e può salvare da comportamenti impetuosi, soprattutto per sentimenti quali la rabbia e la tristezza.

 

3      tendenze motivazionali: permettono di indirizzare le emozioni verso il raggiungimento degli obiettivi; Un’abilità critica è la capacità di contenere le emozioni e ritardare gli impulsi per posticipare la gratificazione. La capacità di auto-motivarsi è importante soprattutto nello studio e nel lavoro.

 

4      empatia: la capacità dell'individuo di percepire e provare le emozioni degli altri ( mettersi nei panni dell’Altro) al fine di sostenerne la performance; L’empatia richiede la capacità di comprendere come gli altri percepiscano una situazione. Esistono due tipi di empatia: quella cognitiva associata alla capacità di assumere il punto di vista dell’altra persona per capirne ragionamenti (per es. durante una discussione), e quella emotiva, associata alla capacità di riconoscere e comprendere, spesso a livello intuitivo, le emozioni altrui cogliendo sottili messaggi non-verbali.

 

5      abilità sociali: la capacità di relazionarsi con gli altri per ottenere obiettivi comuni coerenti ai propri valori. Esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni è una competenza sociale. Le emozioni sono contagiose, noi mandiamo segnali emotivi in ogni incontro-relazione e inconsciamente rispecchiamo il comportamento dell’altro. Maggiore sarà la sincronia tra il nostro comportamento non verbale e quello del nostro interlocutore, migliore sarà l’umore condiviso. Sintonizzandoci sulla percezione emotiva dell’altro controllando i segnali personali emessi, maggiore sarà la circolarità della comunicazione. Essere in grado di gestire le emozioni nelle relazioni ed essere capaci di ispirare gli altri sono caratteristiche fondamentali nel team di lavoro e nella leadership.

Sottolineiamo  3 sotto competenze:

L'auto-conoscenza come consapevolezza delle nostre emozioni.

L'auto-regolazione, come  capacità di gestire efficacemente le proprie emozioni.

L'auto-motivazione, come  l’abilità di rimanere motivati nonostante le inevitabili difficoltà, crisi e frustrazioni che comporta il raggiungimento di un obiettivo importante per noi o la nostra esperienza di vita in generale.

Critiche alla teoria di Goleman

Il lavoro di Goleman è stato a più riprese criticato dalla comunità scientifica di area psicologica, in quanto carente di solide basi oggettive. Eysenck (2000), ad esempio, commenta che le affermazioni di Goleman, più di altre, esemplificano chiaramente l’assurda tendenza a classificare quasi ogni tipo di comportamento come una intelligenza. Inoltre, se le abilità da lui elencate definissero realmente l’EI, ci si aspetterebbe una prova di una loro stretta correlazione; non solo tale prova non viene fornita, ma lo stesso Goleman ipotizza che tali abilità potrebbero anche non essere correlate affatto. Molti studi accademici hanno sollevato dubbi sul lavoro di Goleman, che avrebbe avanzato ipotesi non supportate da sufficienti evidenze scientifiche sull’influenza dell’EI nel predire effettivamente le capacità legate alla leadership e alla vita lavorativa in generale (Antonakis, 2003 e 2004).

 

 

Esprimere le proprie emozioni: modalità non funzionali

Una madre che insegna al bambino a non mostrare la sua delusione per un regalo non gradito della nonna, ma a sorridere e ringraziare. In questo caso sta insegnando a suo figlio la sostituzione di un sentimento con un altro. Ma il modo in cui gli insegna questa norma di espressione, influirà sulla maniera in cui il bambino imparerà e metterà in pratica la regola.

                Altra norma è quella di minimizzare l'espressione dell'emozione: per esempio quando si rimprovera il bambino di fronte ad altre persone e quest'ultimo comincia a piangere in modo irrefrenabile, gli chiediamo di calmarsi e di non piangere.

                L' esagerazione consiste invece nell' amplificare l'emozione che si sta sentendo, come per esempio quando i genitori invitano un bambino timido a sorridere di più per apparire più socievole e amichevole nei confronti degli altri.

 Estremizzando. Le persone possono gestire e canalizzare le proprie emozioni (fino all’estremo, soffocante controllo), oppure lasciarsi andare emotivamente alle emozioni (fino all’estremo dominio di queste ultime sui vari aspetti esistenziali).

Le due menti  “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale. La mente razionale è la modalità di comprensione della quale siamo solitamente coscienti: dominante nella consapevolezza e nella riflessione, capace di ponderare e di riflettere. Ma accanto ad essa c’è un altro sistema di conoscenza – impulsivo e potente, anche se a volte illogica, c’è la mente emozionale” (Goleman 1996:).

Come l’Intelligenza Emotiva fa parte delle Intelligenze Multiple e come ci vengono spiegate da Gardner

Abbiamo accennato prima a Howard Gardner, psicologo americano nato nel 1943, e la sua  teoria delle intelligenze multiple. Questa teoria ripresa poi anche da altri, ma non condivisa da tutti, è basata sulla convinzione che gli esseri umani sono dotati di più forme di intelligenza interconnesse tra loro e che determinano le facoltà dell’individuo su base neurologica, staccandosi di fatto dalla teoria classica basata sulla presenza di un fattore unitario misurabile tramite il QI.

•       Per cui esiste l’intelligenza logico-matematica, che consiste nell’abilità di valutazione e di confronto di oggetti concreti o astratti e nell’individuare relazioni e principi.

•       L’intelligenza linguistica, che si esprime nell’uso del linguaggio e delle parole e nella capacità di adattare le parole al contesto e alla comunicazione della propria idea.

•       L’intelligenza naturalistica, che permette il riconoscimento di oggetti naturali e che è collegata alla capacità classificatoria e tassonomica.

•       L’intelligenza musicale, che si rivela nella composizione e nell’analisi di brani musicali e nella capacità di discriminare con precisione altezza dei suoni, timbri e ritmi.  Metafora spesso usata anche in riferimento al business quando si parla di un manager come direttore di orchestra (essere capace di coordinare gli strumenti pur non essendo eccellente nel suonarne uno)

•       L’intelligenza visivo-spaziale, capacità di orientarsi e di rappresentare oggetti visivi in termini di relazioni funzionali – per esempio un organigramma – percependo idealmente le relazioni pur non avendoli a disposizione.

•       L’intelligenza cinestetica, che è la capacità manuale oltre che quella di dare istruzioni al proprio corpo per un funzionamento ideale. E’ l’intelligenza degli atleti ma anche degli artigiani, dei chirurghi e dei dentisti.

•       L’intelligenza esistenziale, che è la capacità di riflettere sulle questioni universali  dell’esistenza.

•       Le ultime due intelligenze sono a)l’intelligenza interpersonale e b) l’intelligenza intrapersonale. a)La prima è la capacità di interpretare le emozioni, le motivazioni e gli stati d’animo degli altri e l’altra, b) è la capacità di comprendere le proprie emozioni e di incanalarle in forme socialmente accettabili.

                Queste due ultime intelligenze rappresentano l’INTELLIGENZA EMOTIVA e nel porci la domanda qual è la differenza tra intelligenza e capacità e quella se si nasce con l’intelligenza o si sviluppa, il professor Bianchi ci chiarisce che esistono delle competenze, cioè comportamenti responsabili, che determinano una prestazione eticamente e tecnicamente corretta di prestazione professionale e che declinano le due intelligenze.

•       Quindi l’Intelligenza Intrapersonale si sviluppa attraverso l’autoconsapevolezza,  l’assertività, l’autostima, l’autorealizzazione e l’indipendenza.

•       L’Intelligenza Interpersonale è esplicabile attraverso i concetti di relazioni interpersonali, empatia, responsabilità sociali.

A proposito di  … Empatia

in particolare l’empatia, cioè la capacità di entrare in una relazione di comprensione profonda di cosa prova e sente l’altro, è un fenomeno essenziale delle relazioni umane e rappresenta nella dimensione umana, la capacità di comprendere l’altro, valorizzare l’altro, fare leva sulla diversità e utilizzare la capacità politico-sociale definendo di fatto la linea di demarcazione tra una cattiva e una buona comunicazione. La parola ‘empatia’ deriva dal greco empatheia, a sua volta derivato dall'unione della preposizione en ed il sostantivo pathos, ed esprime il concetto di compartecipazione, di sintonia tra due o più individui, tramite l'instaurarsi di un sentimento di affetto. L’empatia è una dimensione che ricorre in molte concettualizzazioni dell’EI e, in maniera più evidente, nei modelli misti di Bar-On e Goleman, dove viene intesa come capacità di percepire e riconoscere le emozioni delle altre persone, ma anche di immedesimarsi nei loro stati emotivi e rispettarli, sulla base della comprensione dei loro segnali emozionali, dell’assunzione della loro prospettiva soggettiva e della condivisione dei loro sentimenti. Appare chiara l’importanza di questa dimensione nel contesto delle relazioni sociali in quanto rende capace l’individuo di stabilire una sintonia emotiva con le persone che lo circondano e ciò lo mette nelle condizioni di stabilire relazioni interpersonali autentiche e appaganti basate su una reale esperienza di condivisione e di mettere in atto comportamenti pro sociali tesi ad una cooperazione fondamentale per l’inserimento sociale. Una carenza in questa dimensione può comportare conseguenze variabili da difficoltà interpersonali legate alla scarsa considerazione dei sentimenti altrui e ad un fraintendimento delle intenzioni degli altri, a disturbi come quelli della condotta caratterizzati da aggressività verso gli altri (come nel bullismo) o come il disturbo narcisistico della personalità, in cui gli individui sono completamente assorbiti da se stessi e non considerano i sentimenti di chi li circonda.

Sulla “Comunicazione” considerazioni conclusive

La comunicazione emotiva è considerata il cuore di ogni relazione e, circolarmente, ogni relazione esiste in quanto c'è comunicazione emotiva . Attraverso la consapevolezza della comunicazione emotiva nelle relazioni la persona è in grado di riconoscere e usare le espressioni e le esperienze emotive per differenziare le sue relazioni con gli altri, in quanto è obbligato a considerare le conseguenze interpersonali derivanti dalla sua comunicazione emotiva all’interno della relazione. Questo è indice di auto-efficacia emotiva, in quanto la persona diventa capace di perseguire i propri obiettivi nell’ambito di relazioni vis-à-vis con un’altra persona.

Per cui un linguaggio o un comportamento orientato verso la puntualizzazione (tipico del linguaggio scientifico), la recriminazione (trasformare in crimine), la predica (imporre dall’alto) e il biasimo (te l’avevo detto io) possono portare probabilmente a posizioni di conflitto reciproco, mentre le regole di una buona comunicazione si fondano –  oltre alla capacità di governare ed esprimere le emozioni, di essere consapevoli delle diversità che inducono i contrasti tra le persone e della necessità di praticare la pazienza –   sulla pratica del CHIEDERE DOMANDANDO invece che  AFFERMARE: la domanda può comunicare la stessa cosa dell’affermazione, ma lascia la possibilità all’altro di esprimersi; INDAGARE prima di SENTENZIARE: anche qui ritorna il concetto di chiedere prima e di comprendere il contesto; EVOCARE anziché SPIEGARE: usare metafore che parlano alle emozioni, al cuore si direbbe, e non al razionale cioè alla mente.