venerdì 3 aprile 2015

Sunto Intelligenze Multiple di H. Gardner a cura di Mariacristina Guardenti



Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini,

con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini,

prima che siano deformati dalla società degli adulti.

(Jean Piaget)

La teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner

Il punto di partenza della concezione di Gardner è la convinzione che la teoria classica dell’intelligenza basata sul presupposto che esista un fattore unitario, misurabile tramite il QI sia errata. Dopo aver effettuato indagini sull'intelligenza dei bambini e su adulti colpiti  da ictus, egli giunse alla conclusione che gli esseri umani non sono dotati di un determinato grado di intelligenza generale, che si esprime in certe forme piuttosto che in altre, quanto piuttosto che esiste un numero variabile di facoltà relativamente indipendenti tra loro. Gardner arriva a identificare almeno NOVE differenti tipologie di intelligenza:

 1. Intelligenza logico-matematica, abilità espressa nel confronto e nella valutazione di oggetti concreti o astratti, nell'individuare relazioni e principi. 2. Intelligenza linguistica, abilità che si esprime nell'uso del linguaggio e delle parole, nella padronanza dei termini linguistici e nella capacità di adattarli alla natura del compito. 3. Intelligenza spaziale, abilità nel percepire e rappresentare gli oggetti visivi, manipolandoli idealmente, anche in loro assenza. 4. Intelligenza musicale, abilità che si rivela nella composizione e nell'analisi di brani musicali, nonché nella capacità di discriminare con precisione altezza dei suoni, timbri e ritmi. 5. Intelligenza cinestetica, abilità che si rivela nel controllo e nel coordinamento dei movimenti del corpo e nella manipolazione degli oggetti per fini funzionali o espressivi. 6. Intelligenza interpersonale, abilità di interpretare le emozioni, le motivazioni e gli stati d'animo degli altri. 7. Intelligenza intrapersonale, abilità di comprendere le proprie emozioni e di incanalarle informe socialmente accettabili.8. Intelligenza naturalistica, relativa al riconoscimento e alla classificazione di oggetti naturali. 9. Intelligenza esistenziale, capacità di riflettere sulle questioni fondamentali concernenti l'esistenza e più in generale nell'attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali. La teoria delle intelligenze multiple comporta che i diversi tipi di intelligenza siano presenti in tutti gli esseri umani e che la differenza tra le relative caratteristiche intellettive e prestazioni vada ricercata unicamente nelle rispettive combinazioni. Queste intelligenze funzionano in genere in modo armonico, ma sono relativamente autonome.

 

 


Pensare e Sentire a cura di Mariacristina Guardenti



PENSARE E SENTIRE: LA SINTESI DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA


      Tutti sappiamo che abbiamo due menti, una che pensa l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale. La loro sintesi ha una particolare importanza in diversi ambiti: nella relazione di aiuto, nell’impegno educativo e didattico, nel lavoro sociale e psicologico, nell’organizzazione del lavoro, perché il soggetto che si vuole coinvolgere è fatto di pensiero e di sentimento, di intelligenza e di affettività, e va sollecitato in maniera globale ed integrata in relazione  a qualsiasi obiettivo di crescita, che si intende raggiungere.

    La dicotomia emozionale - razionale è simile alla popolare distinzione fra cuore e mente. Quando sappiamo che qualcosa è giusto con il cuore, la nostra convinzione è di ordine diverso: in qualche modo è una certezza più profonda di quando pensiamo la stessa cosa con la mente razionale. Il processo educativo non può essere un fatto intellettualistico, né all’opposto un fatto istintivo ed immediatistico; deve essere al contrario un processo capace di evitare queste due polarità, facendo interagire nel soggetto che educa così come nel soggetto da educare l’interazione tra intelligenza ed emotività.

 

  Se noi consideriamo l’importanza che hanno avuto le emozioni da un punto di vista della storia dell’umanità, ci rendiamo conto che esse hanno assunto un ruolo fondamentale: la nostra specie non sarebbe sopravvissuta se di fronte a situazioni di pericolo si fosse fermata a pensare. Pertanto l’emozione è immediata: basti pensare alla paura. Per capire come mai il sentimento e la ragione entrino in conflitto tanto facilmente, bisogna pensare al modo in cui si è evoluto il cervello umano. Molto prima che esistesse la mente razionale esisteva quella emozionale. Il modello scientifico della mente emozionale, emerso in anni recenti, spiega come le nostre azioni siano in gran parte determinate dalle emozioni e in che senso le emozioni hanno la loro logica e le loro ragioni.

 

 

CHE COS’E’ E A CHE COSA SERVE L’INTELLIGENZA EMOTIVA

 

Nella realtà attuale delle agenzie educative sia del pubblico che del privato sociale la dimensione cognitiva ed emotiva dell’adulto e del soggetto in età evolutiva tendono ad essere messe in contrapposizione fra loro, e non vengono fatte dialogare.  I sentimenti dell’educatore e del suo interlocutore continuano  ad essere considerati elementi  poco importanti,  materia di scarto da accantonare o da negare, aspetti non utili e non inerenti al processo educativo.  Spesso i dati emotivi vengono addirittura non riconosciuti e rimossi.

Occorre invece impegnarsi a tutti i livelli nel prospettare e nel favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva sia degli adulti che dei soggetti in età evolutiva.

     Per intelligenza emotiva, come s’è visto,  intendiamo la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti,  la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva.  In particolare l’intelligenza emotiva prevede le seguenti competenze:

·      la capacità dell’adulto e del bambino di riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni;

·      la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia,  farsene travolgere;

·      la capacità di sviluppare  l’efficienza  mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità;

·      la capacità di percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;

·      la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

La confidenza da parte dei soggetti in età evolutiva con la propria vita emotiva favorisce la possibilità di raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattitico o socio-educativo, di elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la comprensione reciproca e la solidarietà.

Un’applicazione importante delle competenze relative all’intelligenza emotiva consente all’insegnante o all’educatore o all’animatore – a seconda dei contesti e dei compiti da realizzare - di  avvicinare al dialogo e all’elaborazione  riflessiva le problematiche dell’aggressività e della rivalità all’interno dei gruppi,  sia quelle   della sessualità e della affettività - che spesso compaiono in maniera spontanea e talvolta in forme confuse e provocatorie fra i ragazzi.    La confidenza con le emozioni, anche quelle negative, spiacevoli e conflittuali facilita inoltre l’elaborazione nei bambini e negli adolescenti degli impulsi che spingono alla devianza, permette di controllare la trasformazione del disagio in desiderio di stordimento e di fuga, desiderio sotteso all’uso di sostanze o ad altri passaggi all’atto tendenzialmente distruttivi o autodistruttivi.

 

Il possesso di competenze cognitive da un lato e di competenze emotive e relazionali dall’altro dovrebbe caratterizzare ogni attività professionale che implica un rapporto con le persone e con i bambini. Certamente questa sintesi non dovrebbe risultare estranea a qualsiasi forma di impegno professionale o volontario in qualsiasi istituzione sociale, sanitaria, scolastica, educativa, giudiziaria a contatto con soggetti in età evolutiva. 

 

Le competenze culturali riguardano la chiarezza degli obiettivi educativi, la conoscenza dei metodi, la comprensione di ciò che è pedagogicamente efficace  e deontologicamente corretto,  la coerenza  dei valori e dei progetti,  il padroneggiamento cognitivo delle tecniche e delle risorse che si possono utilizzare.

 Le competenze emotive e relazionali riguardano la capacità d’ìdentificazione con il disagio degli utenti,  la comprensione delle risorse e delle potenzialità di questi ultimi,  la capacità di ascolto e di sostegno,  la disponibilità e la vicinanza  emotiva  nei confronti dei problemi e delle difficoltà concrete e quotidiane dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie, la capacità di pensare in positivo e di sollecitare la creatività degli interlocutori.  

     La tematizzazione delle competenze emotive e relazionali come distinte dalle competenze cognitive rinvia alla teoria dell’intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Cosa afferma questa teoria? In sintesi afferma che lo sviluppo di della capacità di riconoscere e di gestire i sentimenti propri ed altrui può migliorare il benessere degli individui e  la loro possibilità di motivarsi e di realizzarsi,  di comunicare  e di interagire tra loro. L’intelligenza emotiva può inoltre ottimizzare nelle organizzazioni i processi di apprendimento, di acquisizione e di scambio delle informazioni, di elaborazione delle decisioni.

 

 

 

 
 LE DIVERSE FORME D’INTELLIGENZA E LA CAPACITA’ DI STIMOLARLE

 

 

    La visione scientifica è stata per decenni molto sbilanciata, perché ha concentrato tutte le attenzioni sulla mente razionale. Solo in questi ultimi anni le ricerche stanno gradualmente cambiando, si sta superando l’atteggiamento di considerare la vita mentale emotivamente piatta, scarsamente rilevante e poco significativa.

    Si è cominciato a riconoscere il ruolo essenziale del sentimento nel pensiero, il potere delle emozioni nella vita mentale, come nondimeno a riconoscere i vantaggi che esse comportano. Oggi la pedagogia e la psicologia concordano nel sottolineare che non esiste un unico tipo monolitico di intelligenza: già Gardner nel 1983 aveva individuato sette varietà fondamentali d’intelligenza: oltre a quella verbale e logico - matematica, i due tipi standard su cui la scuola e le istituzioni educative hanno tradizionalmente puntato, Gardner individuava un’intelligenza spaziale (quella che si può esprimere in un artista), un’intelligenza cenestesica che si può esprimere nella danza o nella fluidità dei movimenti; un’intelligenza musicale;  individuava inoltre l’intelligenza interpersonale, ossia la capacità di comprendere lo stato d’animo degli altri e le loro motivazioni e di interagire positivamente con gli altri. E’ stata infine  concettualizzata un altro tipo di intelligenza individuale, quella intrapersonale, che è la chiave per accedere alla conoscenza di sé e ai propri sentimenti, quindi non solo capire lo stato d’animo dell’altro, ma conoscere quello che soggettivamente viene sperimentato (“ciò che io provo”).

 

    Da questa evoluzione del concetto d’intelligenza, si è giunti nell’ultimo periodo a parlare di intelligenza emotiva: sentimento e mente vengono unite insieme.

    La convinzione teorica che possano esistere una vasta gamma di varietà d’intelligenza, abbinata alla conoscenza pratica degli strumenti per riconoscere le diverse forme e per farle evolvere, porta a valorizzare le potenzialità difformi ed originali dei processi espressivi e maturativi in tutti gli interlocutori del processo educativo.  Anche i minori che rischiano di essere stigmatizzati e svalutati a partire da un concezione monolitica e standardizzata di intelligenza e di finalità educativa, possono essere sollecitati in modo vivo e creativo a scoprire e a far emergere l’intelligenza specifica di cui sono portatori e l’intelligenza emotiva che esiste comunque dentro di loro, cioè la capacità potenziale di armonizzare il pensiero e con la vita affettiva ed emotiva.

 

 
I PRINCIPI E LE FUNZIONI DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA

 

    E’ massicciamente diffuso nella cultura sociale un pregiudizio negativo nei confronti della vita emotiva, vista  esclusivamente come un fattore di disturbo e di interferenza negativa nei confronti dei processi valutativi e decisionali.  La cultura dell’intelligenza emotiva afferma invece che emozioni e sentimenti sono anche e soprattutto una risorsa.

   Come è possibile incanalare l’emozione verso un fine concreto e produttivo? Goleman ci aiuta a dare una risposta al quesito individuando cinque funzioni che compongono l’intelligenza emotiva:

Conoscenza delle proprie emozioni: ovvero l’autoconsapevolezza - la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta -. Parafrasando lo psicologo John Mayer, essere consapevoli di sé significa essere “consapevoli sia del nostro stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso”.  L’autoconsapevolezza è fondamentale non solo per la comprensione psicologica, ma anche per la crescita educativa: l’educatore di comunità o di territorio, l’operatore impegnato nell’intervento socioeducativo, l’animatore del centro di aggregazione giovanile  possono trarre grande vantaggio nella loro attività dallo sviluppo della capacità di riconoscere e di mettere in parola i sentimenti indotti dalla relazione educativa al fine di poter trasmettere un’analoga capacità ai destinatari dell’intervento.

 

Controllo delle emozioni: ovvero la capacità di controllarle per far sì che esse siano appropriate. Alcuni pensatori antichi la chiamarono temperantia: è l’equilibrio, non la soppressione delle emozioni. Ogni sentimento ha un suo significato. L’arte di tranquillizzare e confortare se stessi, è una capacità fondamentale nella vita. Winnicott la considerava uno degli strumenti psichici più essenziali. Solo un educatore capace di sperimentare un controllo sano delle emozioni potrà sollecitare una competenza analoga nello sviluppo del soggetto in età evolutivo.

 

Motivazioni di se stessi: ovvero il motore interno che ci spinge a mettere in atto tutta una serie di comportamenti che consentono il raggiungimento dello scopo. Abbiamo visto che riconoscere e controllare le emozioni sono abilità fondamentali per incanalare le stesse verso un fine produttivo. In ogni istituzione sociale, scolastica ed educativa è di fondamentale importanza attivare le energie e le motivazioni dei soggetti in età evolutiva e l’intelligenza emotiva è l’atteggiamento più produttivo in questa direzione.

Riconoscimento delle emozioni altrui: ovvero l’empatia, la capacità di sentire dentro, di avvertire lo stato emotivo dell’altro. Si tratta di ascoltare i vissuti emotivi dell’altro (che non sono i nostri), di rispecchiarli, di comprenderli mentalmente e se necessario, di metterli in parola.    Sentirsi ascoltati da un punto di vista emotivo dalla persona che abbiamo accanto ci aiuta molto. E’ fondamentale per un bambino sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, che sono accettate e ricambiate in un processo che Daniel Stern chiama “sintonizzazione”. Attraverso la sintonizzazione, il bambino dopo gli otto mesi di vita, inizia a sviluppare la percezione che gli altri possono e vogliono condividere i suoi sentimenti. La prolungata assenza di sintonia tra genitori e figli, presumibilmente porta il bambino ad evitare di provare ed esprimere le proprie emozioni.

Gestione delle relazioni: ovvero la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri. Si tratta di  un’abilità molto importante che aumenta la competenza sociale e professionale, dal momento che ogni significativa relazione sociale ed educativa presenta quotidianamente conflitti e problemi. Nell’attività scolastica, nel lavoro sociale e  nell’intervento educativo affrontare i conflitti che coinvolgono nei modi più vari i bambini e gli adolescenti  è incombenza quotidiana ed ineludibile e l’intelligenza emotiva può aiutare l’insegnante, l’educatore e l’operatore nel gestire questo compito.

 

D. Goleman, L’intelligenza emotiva, Rizzoli, 1996.

 

Intelligenza Emotiva di Goleman a cura di Mariacristina Guardenti


 INTELLIGENZA EMOTIVA DI GOLEMAN

È il 1990  quando Salovey e Mayer scrivono un famoso articolo in cui espongono la prima definizione ufficiale di intelligenza emotiva, descrivendola come “l’abilità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie e degli altri, di distinguerle tra di loro e di usare tali informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni” (Lo Presti, Quadernucci, 2004). Successivamente, per meglio spiegare la loro idea di intelligenza emotiva, la divisero in quattro livelli di abilità fondamentali:

 1) percepire ed esprimere le emozioni;

 2) usare le emozioni per facilitare il pensiero;

 3) capire le emozioni;

 4) gestire le emozioni.

 È il 1996  quando Goleman adatta il loro modello definendo l’intelligenza emotiva come “la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare”. Goleman nella sua opera evidenzia come il QI, riferito alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali, mostra i suoi limiti quando viene utilizzato come indice per prevedere il successo di un individuo. Goleman spiega quindi la nozione di intelligenza emotiva, già descritta da Gardner nelle due forme intrapersonale e interpersonale, distinguendo tra le competenze personali e le competenze sociali. Le prime si riferiscono, in generale, alla capacità di cogliere i diversi aspetti della vita emozionale, mentre le seconde, si riferiscono al modo con cui si comprendono gli altri e ci si rapporta ad essi.

Per Goleman l’intelligenza emotiva è l’insieme di cinque abilità:

Conoscenza delle proprie emozioni

Riguarda la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta, l’autoconsapevolezza, intesa come una continua attenzione riflessiva verso la propria esperienza. Il monitoraggio dei sentimenti è fondamentale per la comprensione globale di se stessi, ed è importante per gestire al meglio le varie situazioni della vita.

 I cinque sensi – tatto, olfatto, gusto, udito, vista – raccolgono una quantità di dati ogni secondo, ma solo una minima parte di queste informazioni viene elaborata consapevolmente.

 Come evidenziò Freud (1915) gran parte della vita emotiva è inconscia e i sentimenti che ci investono non sempre raggiungono l’autoconsapevolezza. Di conseguenza, in molti casi le reazioni emotive sono dovute al fatto di aver prestato attenzione solo ad alcuni dati, trascurandone altri molto rilevanti. La capacità di allargare il focus della propria attenzione può essere sviluppata ed esercitata. Per raggiungere la strada dell’autoconsapevolezza è necessario ampliare il più possibile l’insieme delle informazioni che si è in grado di analizzare.

 L’osservazione di sé permette una consapevolezza equilibrata di sentimenti, siano essi positivi o negativi. Questa consapevolezza è la competenza emozionale fondamentale sulla quale si basano tutte le altre.

 

 L’autoconsapevolezza delle proprie emozioni è l’elemento costruttivo di un altro importantissimo aspetto dell’intelligenza emotiva, ossia la capacità di liberarsi di uno stato d’animo negativo. L’autoconsapevolezza emozionale implica l’addestramento al riconoscimento precoce della propria emotività: a livello fisiologico, a livello verbale, a livello cognitivo. A livello fisiologico per comprendere meglio la natura di fenomeni organici quali la sudorazione, l’aumento del battito cardiaco ecc., che preannunciano la comparsa dell’emozione e per contribuire ad avere un maggior controllo dell’ansia. A livello verbale per arricchire il vocabolario diretto alla descrizione dell’evento e favorire il monitoraggio e la gestione dell’emozione. A livello cognitivo per migliorare la capacità di riconoscere i pensieri rigidi, irrazionali e automatici che intervengono fra la situazione-stimolo e l’emozione, per interpretarla e per aiutare a ridurre l’impatto degli stati d’animo negativi.

 Goleman, ha distinto tre ampie tipologie di funzionamento metaemotivo a seconda di come gli individui percepiscono e gestiscono le loro emozioni, quali l’autoconsapevole, il sopraffatto, il rassegnato.

 Nell’“autoconsapevole” la visione chiara e sofisticata delle proprie emozioni rafforza altri aspetti della personalità. “Si tratta di individui autonomi e sicuri dei propri limiti, che godono di una buona salute psicologica e tendono a vedere la vita in una prospettiva positiva. Quando sono di cattivo umore, costoro non continuano a rimuginare e a ossessionarsi, e riescono a liberarsi dello stato d’animo negativo prima degli altri. Infatti il loro essere attenti alla propria vita interiore li aiuta a controllare le emozioni.

 Il “sopraffatto” è colui che viene facilmente sommerso dallo “sfogo” delle proprie emozioni. “Essendo dei tipi volubili e non pienamente consapevoli dei propri sentimenti, questi individui si perdono in essi invece di considerarli con un minimo di distacco. Di conseguenza, rendendosi conto di non avere alcun controllo sulla propria vita emotiva, costoro fanno ben poco per sfuggire agli stati d’animo negativi. Spesso si sentono sopraffatti e incapaci di controllare le proprie emozioni”.

Il “rassegnato” invece è colui, che pur avendo spesso idee chiare sui propri sentimenti, tende tuttavia a subirli piuttosto passivamente. In questa categoria rientrano in particolar modo due tipi di soggetti “quelli che solitamente hanno stati d’animo positivi e perciò sono scarsamente motivati a modificarli, e coloro che, nonostante siano chiaramente consapevoli dei propri stati d’animo, e siano suscettibili a sentimenti negativi, tuttavia li accettano assumendo un atteggiamento da laissezfaire senza cercare di modificarli nonostante la sofferenza che essi comportano […]”. (Goleman, 1996)

 

Controllo e regolazione delle proprie emozioni

Si riferisce alla capacità di controllare i sentimenti in modo che essi siano appropriati alla situazione. I momenti difficili, come del resto anche quelli positivi, danno sapore alla vita, ma per poterlo fare devono essere in equilibrio; infatti è proprio il rapporto tra emozioni positive e negative che determina il benessere di un individuo. I sentimenti estremi, le emozioni che diventano troppo intense o durano troppo a lungo, minano la stabilità e per questo è importante che i sentimenti molto intensi non sfuggano al controllo. Sicuramente l’istinto a reagire alle situazioni problematiche con una risposta immediata è stato di aiuto alla sopravvivenza della specie, ma oggi è noto che le reazioni istintive spesso si dimostrano inefficaci per risolvere i problemi. Per riuscire a controllare meglio i propri impulsi è necessario utilizzare ciò che si sa sui propri sentimenti e su quelli degli altri, sul proprio punto di vista e su quello altrui. Il controllo delle emozioni comporta la capacità di dominare i propri stati interiori, i propri impulsi e le proprie risorse.

 

Motivazione di se stessi

La capacità di padroneggiare le emozioni è un requisito fondamentale per riuscire a concentrarsi, per trovare motivazione e controllo di sé. E’ un requisito indispensabile per motivarsi al raggiungimento di un certo obiettivo e a persistere nell’impegno quando le situazioni si fanno altamente frustranti. La motivazione è il motore interno che spinge a mettere in atto tutta una serie di comportamenti che consentono il raggiungimento dello scopo. Quando le emozioni negative sono forti e concentrano l’attenzione dell’individuo sulle proprie preoccupazioni, esse interferiscono negativamente con i suoi eventuali tentativi di concentrarsi su qualcos’altro.

 Nella misura in cui le azioni sono motivate da sentimenti di entusiasmo, e di piacere, sono proprio tali sentimenti a spingere verso la realizzazione. In questo senso l’intelligenza emotiva è “un’abilità fondamentale che influenza profondamente tutte le altre, di volta in volta facilitandone l’espressione, o interferendo con esse”. (Goleman, 1996)

 In questo ambito può essere di notevole utilità insegnare alle persone a sviluppare un pensiero positivo. Seligman (1996) definisce il pensiero positivo “ottimismo flessibile” ed è collegato alla convinzione di essere in grado di raggiungere in modo positivo i risultati prefissati. Come ha evidenziato Bandura (2000) “C’è una differenza considerevole fra il possedere certe sottoabilità e l’essere capace di integrarle in corsi d’azione adeguati ed eseguirle bene in circostanze difficoltose. Spesso le persone non riescono a offrire prestazioni ottimali anche se sanno benissimo che cosa devono fare e possiedono le abilità necessarie per farlo. Il pensiero su di sé attiva i processi cognitivi, motivazionali ed affettivi che governano la traduzione delle conoscenze e delle abilità in un’azione competente. In sintesi il senso di autoefficacia non riguarda il numero di abilità possedute, ma ciò che si crede di poter fare con i mezzi a propria disposizione in una varietà di circostanze diverse”. La motivazione di se stessi è secondo Bandura strettamente legata alle proprie aspettative di autoefficacia. L’autore definisce l’autoefficacia in termini di “credenze nei confronti delle proprie capacità di regolare il comportamento ed intervenire attivamente nei confronti della scelta dei propri obbiettivi e delle azioni che possono essere scelte per il loro raggiungimento”. L’autoefficacia, quindi, è strettamente interconnessa al concetto di sé. James (1890) aveva individuato tre componenti fondamentali del sé: il sé materiale che si riferisce alle conoscenze che la persona possiede a proposito del proprio corpo, del proprio ambiente e di ciò che possiede; il sé sociale che riguarda le molteplici immagini e percezioni che ciascuno presume che gli altri abbiano di noi; il sé spirituale che rappresenterebbe l’autoconsapevolezza che ogni persona ha di se stessa a proposito delle proprie abilità, dei propri atteggiamenti, valori, motivazioni e interessi. Queste tre dimensioni del sé, strettamente interconnesse, dirigono la motivazione in ogni azione.

 

Riconoscimento delle emozioni altrui: empatia

L’empatia si riferisce a quella particolare condizione esperienziale che gli individui vivono quando “sentono dentro” le emozioni di un’altra persona.

 E’ quella capacità basata sulla consapevolezza delle proprie emozioni, ed è di fondamentale importanza nelle relazioni con gli altri. Questa capacità consente di sapere come si sente un altro essere umano, ed entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quella della vita privata, a partire dal rapporto sentimentale al rapporto tra genitori e figli.

 

Per un bambino è fondamentale sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro e che sono accettate e ricambiate in un processo che Stern (1987) definisce di “sintonizzazione”. Mediante la sintonizzazione, il bambino, dopo gli otto mesi di vita, inizia a sviluppare la percezione che gli altri possono e vogliono condividere i suoi sentimenti. Nella teorizzazione di Hoffman (1982) l’empatia viene definita come un processo di attivazione emotiva e consonante con quello di un’altra persona. La chiave per comprendere i sentimenti e le emozioni altrui consiste nella capacità di leggere i messaggi che vengono manifestati da una comunicazione non verbale. Raramente gli individui riescono a verbalizzare le proprie emozioni che, spesso, devono vengono espresse attraverso dei segni, quali il tono della voce, i gesti o altri canali non verbali, che possiedono codici specifici in grado di trasmettere agli altri stati d’animo ed emozioni. Come ha affermato Watzlawick (1980), gli individui non solo comunicano attraverso vari codici, ma metacomunicano (la metacomunicazione: è una comunicazione sulla comunicazione) esplicitando all’altro ciò che sta dietro al messaggio inviato.

 L’empatia si basa innanzitutto sull’autoconsapevolezza, nel senso che più “siamo aperti verso le nostre emozioni, tanto più saremo abili anche nel leggere i sentimenti degli altri”. (Goleman, 1996) Condividere, o comunque provare un sentimento insieme ad un’altra persona significa essere emozionalmente partecipi. Ma per poter condividere affettivamente, come ha affermato Strayer, (1987) occorre la differenziazione emotiva tra sé e l’altro. Solo riconoscendo gli affetti dell’altro come diversi dai propri è possibile accoglierli e farli propri. Le persone empatiche sono più sensibili ai sottili segnali sociali che indicano i bisogni, le necessità o i desideri altrui, mentre “l’incapacità di registrare i sentimenti altrui è considerata come un gravissimo deficit dell’intelligenza emotiva”. (Goleman, 1996) In ogni tipo di rapporto, nella capacità di essere umani, la radice dell’interesse per l’altro sta nell’entrare in sintonia emozionale. Questa è la premessa fondamentale per una efficace gestione delle relazioni.

 

Gestione delle relazioni

La capacità di gestire le emozioni altrui è un’abilità fondamentale nell’arte di trattare le relazioni interpersonali. Per poter gestire le emozioni altrui e per entrare in sintonia con gli altri, è basilare aver sviluppato una buona padronanza di sé, una certa calma interiore e una buona conoscenza dei propri sentimenti. Gestire in modo efficace le relazioni interpersonali può essere definita come “un’arte raffinata delle relazioni” che richiede la maturità di altre due capacità emozionali, l’autocontrollo e l’empatia”. (Goleman, 1996). Queste due capacità emergono intorno ai due anni e si sviluppano poi, negli anni successivi. Con il raggiungimento dell’autocontrollo e dell’empatia, matura l’abilità sociale, che permetterà lo sviluppo delle competenze sociali che contribuiranno a fare in modo che l’individuo tratti efficacemente con gli altri. Tali abilità sociali consentono di plasmare un’interazione, di trovarsi bene nelle relazioni intime, di mobilitare, ispirare, influenzare gli altri, facendo, comunque, sentire l’altro a proprio agio. La mancanza di queste abilità può portare un individuo, anche se intellettualmente brillante, al fallimento nella gestione delle sue relazioni, rivelandosi nei confronti degli altri, come un individuo insensibile e antipatico. Le competenze emotive possono essere apprese e allenate. Il nostro cervello è plastico e non smetteremo mai di imparare, ma durante i primi anni di vita la capacità di apprendimento è massima. Più i bambini sono piccoli, più i loro neuroni sono alla ricerca di nuovi collegamenti e ramificazioni: è questo che permette loro di apprendere con grande rapidità e in modo permanente (LeDoux, 1996). Goleman nella sua opera ipotizza che l’intelligenza emotiva, a differenza del QI, possa essere acquisita e potenziata in qualsiasi fase della vita e sottolinea come essa tenda ad aumentare in proporzione alla consapevolezza degli stati d’animo, al  

 

contenimento delle emozioni che provocano sofferenza, al maggior affinamento dell’ascolto e della sensibilizzazione empatica. Inoltre, evidenzia che QI e intelligenza emotiva non sono competenze da ritenersi opposte, ma solo separate poiché tutti siamo dotati di abilità intellettuali ed emozionali e in ogni nostra azione, reazione, comportamento, esse si fondono in un’unica totalità.

 Come afferma Goleman (1996), ogni bambino per poter apprendere in modo efficace deve aver sviluppato sette “ingredienti” fondamentali tutti collegati all’intelligenza emotiva, quali:

 1. Fiducia. Un senso di controllo e padronanza sul proprio corpo, sul proprio comportamento e sul proprio mondo; la sensazione, da parte del bambino, di avere maggiori probabilità di riuscire in ciò che intraprende di quante non ne abbia invece di fallire, e che comunque gli adulti lo aiuteranno.

 2. Curiosità. La sensazione che la scoperta sia un’attività positiva e fonte di piacere.

 3. Intenzionalità. Il desiderio e la capacità di essere influenti e perseveranti. Questa capacità è collegata al senso di competenza, alla sensazione di essere efficaci.

 4. Autocontrollo. La capacità di modulare e controllare le proprie azioni in modo appropriato all’età; un senso di controllo interiore.

 5. Connessione. La capacità di impegnarsi con gli altri, basata sulla sensazione di essere compresi e di comprendere gli altri.

 6. Capacità di comunicare. Il desiderio e la capacità di scambiare verbalmente idee, sentimenti e concetti con gli altri. Questa abilità è legata a una sensazione di fiducia negli altri e di piacere nell’impegnarsi con loro, adulti compresi.

 7. Capacità di cooperare. L’abilità di equilibrare le proprie esigenze con quelle degli altri in un’attività di gruppo.

 

 

Freud S. (1915), Metapsicologia, in Opere (1976), Bollati Boringhieri, Torino

 Goleman D. (1996), Intelligenza emotiva, Bur Saggi, Milano.

 Hoffman M.L. (1982), Development of prosocial motivation: Empaty and guilt, in Eisenberg N., The development of prosocial behavior, Academic Press, New York, pp. 281-313.

 Lo Presti C., Quadernucci B. (2004), L’allenamento emotivo per i nostri bambini, Era Nuova, Perugia.

 LeDoux J. (1996), Il cervello emotivo, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano.

 Salovey P., Mayer J. (1990), Emotional Intelligence, in Imagination, Cognition and Personality, vol. 9 (3), pp. 185-211, pp. 1989-90.

 

 

Prefazione a " Intelligenza emotiva" a cura di Mariacristina Guardenti


Perché le persone più intelligenti nel senso tradizionale del termine non sono sempre quelle con cui lavoriamo più volentieri o con cui facciamo amicizia? Perché il rendimento scolastico di bambini con una intelligenza brillante crolla in maniera drammatica in occasione di difficoltà familiari? Perché persone assunte sulla base di classici test d'intelligenza si possono rivelare inadeguate alle esigenze che impone loro il lavoro? Perché un matrimonio può andare a rotoli anche se il quoziente intellettivo di entrambi i coniugi è altissimo? E non ci vuole intelligenza per stabilire una serena vita familiare? Certo, sostiene Daniel Goleman, l'autore di questo libro: solo che l'intelligenza che governa settori così decisivi dell'esistenza umana non è l'intelligenza astratta dei soliti test, ma è una complessa miscela in cui giocano un ruolo predominante fattori come l'autocontrollo, la pervicacia, l'empatia e l'attenzione agli altri. In breve, è l'"intelligenza emotiva": quella particolare forma di intelligenza che ha consentito ai nostri lontani progenitori di sopravvivere in un ambiente ostile e di elaborare le strategie che sono alla base dell'evoluzione umana, e che può aiutare tutti noi ad affrontare un mondo sempre più complesso, violento, difficile da decifrare. L'intelligenza emotiva consente di governare le emozioni e guidarle nelle direzioni più vantaggiose; è la capacità di capire sentimenti degli altri al di là delle parole; spinge alla ricerca di benefici duraturi piuttosto che

al soddisfacimento degli appetiti più immediati. E - notizia confortante - l'intelligenza emotiva si può apprendere e perfezionare: imparando a riconoscere le emozioni proprie e quelle degli altri. Questo nuovo linguaggio delle emozioni si potrà così insegnare ai bambini, rimuovendo alla radice le cause di molti e gravi possibili squilibri dell'età evolutiva. Basta leggere le esperienze e gli esempi appassionanti raccolti da Goleman per scoprire che questi obiettivi sono alla portata di tutti noi, e che tutti noi potremo usare la sua opera come una guida pratica per il nostro comportamento e le nostre scelte. E chiunque, riflettendo sul libro e sperimentando su di sé le sue proposte così radicalmente innovative, comprenderà perché "Intelligenza emotiva" da mesi fa discutere l'America e, ancor prima della sua uscita, l'Europa e l'Italia. Daniel Goleman, già insegnante di psicologia a Harvard, è collaboratore scientifico del "New York Times". I suoi articoli compaiono su giornali di tutto il mondo. Questo è il suo quarto libro.

OTTOBRE 1995. "Intelligenza emotiva" esce senza nessun battage pubblicitario dall'editore Bantam in America. Istantaneamente scatena un dibattito nazionale. La rivista "Time" dedica copertina e servizio centrale all'"E.Q.", il quoziente dell'intelligenza emotiva. I diritti di traduzione sono venduti in 20 paesi.

FEBBRAIO 1996. Viene pubblicato da Bloomsbury in Inghilterra (dove vende in poche settimane 100 mila copie) e subito dopo in Germania da Hanser, entrando nella classifica dei bestseller. Sui giornali italiani (dalla "Stampa" a "Repubblica", da "Panorama" a "Salve", da "Anna" a "Elle") compaiono intanto articoli e inchieste sul libro dell'intelligenza emotiva: “La risposta più recente, raffinata e provocante a un quesito antico e mai risolto” - "La Stampa".

“Sicuramente, il libro dello psicologo americano Daniel Goleman (...) avrà un impatto notevole sul grande pubblico sia per la serietà dello studioso che per le sue capacità divulgative” - "la Repubblica".

MAGGIO 1996. Esce anche in Italia "Intelligenza emotiva”

domenica 28 settembre 2014

V.I.S.S.I.con il C.U.O.R.E.nell'A.R.T.E. dell'A.S.C.O.L.T.O. a cura di Mariacristina Guardenti


LINEE DA SEGUIRE DURANTE IL COLLOQUIO CON IL CLIENTE
L’Empatia di cui abbiamo già parlato e di cui continueremo a parlare anche successivamente e’ la focalizzazione sul mondo interiore del cliente; è la capacità di intuire come si senta in una situazione e cosa realmente provi al di la di quello che esprime verbalmente; e’ riuscire a percepire la dimensione del cliente come se fosse la propria senza perdere di vista il “come se”.  Strumento Empatia non per consolare o approvare il cliente ma per aiutarlo a riflettere su ciò che sta accadendo. E’ quindi IMPORTANTE durante la seduta controllare quello che il cliente dice, verificandone la comprensione. Questo passaggio fondamentale e’ chiamato RIFLESSIONE DEL CONTENUTO o come abbiamo visto sopra RIFORMULAZIONE. La riformulazione può avvenire in vari modi: ripetendo le stesse parole usate dal cliente, parafrasando, cioè ripetendo con parole diverse quello che e’ stato detto dal cliente, riepilogando, cioè facendo un riassunto del racconto del cliente, facendo eco, cioè ripetendo le ultime parole dette dal cliente.

 
E’ a questo punto che è necessario stare attenti a non cadere nel trabocchetto del V.I.S.S.I :

Valutazione => significa che la risposta del Counselor implica un’opinione etica personale e comporta un giudizio (di critica o approvazione) nei confronti del cliente. Questo modo di intervenire induce ribellione, inibizione, colpevolezza o compiacenza o angoscia. Solitamente quando valutiamo definiamo ciò che è giusto o sbagliato secondo nostri modelli di riferimento, che non è detto siano gli stessi di chi stiamo ascoltando, e quindi attraverso la valutazione tendiamo a leggere la sua realtà con i nostri occhi. Inoltre ci permettiamo di dare dei giudizi di merito, troppo spesso utilizzando i nostri metri di valore.

Interpretazione => quando le risposte cercano un significato “altro” rispetto a ciò che viene detto. In questo caso il Counselor deforma il pensiero del cliente operando una distorsione in rapporto a ciò che l’altro voleva dire orientando il cliente verso ciò che sembra essenziale lui e rischiando, in tal modo, il blocco dell’auto esplorazione. Questo modo di intervenire induce resistenza, irritazione, disinteresse. Quando ci permettiamo di leggere la realtà secondo il nostro punto di vista, di vedere connessioni univoche fra azioni e contenuti, proponiamo nostre strade invece di accogliere quelle dell’altro.

Sostegno => le risposte del Counselor mirano ad apportare incoraggiamento, consolazione e compensazione, l’atteggiamento è molto conciliante volto a minimizzare l’accaduto. Induce nell’altro dipendenza e sottomissione, apatia e non assunzione delle proprie responsabilità. La pacca sulla spalla o le frasi di convenienza tipo: “dai, tanto passa presto”, oppure “ ma tu sei forte, saprai cavartela…” hanno il risultato di minimizzare il sentimento che viene espresso e non dare il giusto valore a chi sta parlando.

Soluzione => le risposte del Counselor tendono a giungere ad una soluzione immediata del problema, incitando all’azione in modo da “sbarazzarsi” velocemente del cliente e delle sue lamentazioni. Questo atteggiamento rischia di bloccare nel cliente il con-tatto con ciò che viene provato e di conseguenza il con-tatto con le sue risorse. Induce sgomento, ansia da prestazione. Anche qui si parte da noi stessi invece che dall’altro, si forniscono risposte che (forse) potrebbero andare bene a noi, ma non sono emerse da parte di chi sta parlando. A volte siamo così convinti delle nostre risposte che ci arrabbiamo pure se l’altro non mette in pratica i nostri consigli, ci sentiamo delusi…..

Indagine => le risposte del Counselor sono indagatrici, volte a saperne sempre di più orientando il colloquio verso ciò che sembra importante per il Counselor, come se accusasse l’altro di non voler dire l’essenziale o di perdere tempo. Induce difesa e reazioni ostili.  Facendo domande per “saperne di più” distogliamo l’attenzione da ciò che l’altro ci racconta in quel momento, lo facciamo divagare, magari interrompendo l’emozione che stava emergendo dal suo racconto.

 

L’antidoto al  V.I.S.S.I è il ... C.U.O.R.E. nell’ A.R.T.E. dell’ A.S.C.O.L.T.O.

 

Comprensione => le risposte del Counselor riflettono il tentativo di entrare sinceramente nel problema così come esso è vissuto dall’altro. Assicurandosi, prima di tutto, di aver capito bene quello che è stato detto. Questo atteggiamento dà fiducia al cliente e fa si che questo si esprima maggiormente e continui nella sua auto esplorazione sicuro di essere ascoltato attivamente senza pregiudizi.

Uscire da Sé => inteso come accettazione incondizionata, uscire fuori dai propri schemi mettendosi nei panni dell’altro anche se mi sta comunicando cose che posso anche non condividere. Questo atteggiamento aiuta il cliente al valore della diversità di vedute ed opinioni.

Oggettivare => significa contestualizzare quello che ci viene portato dal cliente dando risposte orientate alla presa d’atto dei dati concreti piuttosto che alle deduzioni.

Riformulare => o Riflettere il contenuto , le risposte del Counselor rimandano come in uno specchio quello che l’altro sta comunicando per offrire l’opportunità di un auto chiarimento e per trovare consapevolezza.

Empatizzare => le risposte del Counselor riflettono la sua capacità di mettersi nei panni dell’altro vibrando stati d’animo analoghi a quelli del cliente. Questo permette all’interlocutore di sentirsi accolto favorendo l’autoesplorazione e la capacità di fidarsi della sua naturale energia che ha una direzione fondamentalmente positiva recuperando l’innato bagaglio personale di risorse.

Nell’ A.R.T.E. dell’ A.S.C.O.L.T.O.

Accogliere => l’altro senza nessuna idea preconcetta. Il primo incontro non si scorda mai, non solo, ogni seduta prevede un pre contatto, un inizio. Importante ricordarsi di essere gentili e sinceramente cordiali.

Rispettare => le sue parole e le sue emozioni. Riformulando ciò che abbiamo ascoltato per essere sicuri di aver capito e farlo comprendere all’altro. Il rispetto è un buon collante per ogni relazione.

Tacere => Tra SILERE e TACERE vi è una netta distinzione da fare. Silere corrisponde all’affermazione del silenzio, Tacere alla negazione del suono. C’è un rapporto tra ascolto e silenzio e non solo perché in un dialogo al diritto della parola corrisponde un obbligo di tacere, per rispettare il proprio turno, ma anche perché la condizione di silenzio, permette di ritrovare una percezione di sè stessi e del mondo che ci circonda, per ascoltare meglio.

Empatizzare =>con le sue emozioni senza cadere nell’immedesimazione. Empatia non è simpatia, poiché è abilità di percepire direttamente ed in modo esperienziale le emozioni di un’altra persona “quasi” come lei le sente, indipendentemente dal condividere la sua visione delle cose.

Accettare => qualsiasi cosa venga detta. Accettare non vuol dire condividere, ma dare spazio. E’ abbattere le aspettative riguardo ai cambiamenti degli altri, è rendere fiducia e responsabilità all’”altro”, in questo caso il cliente.

Sospendere =>  ogni tipo di giudizio per avvicinarsi all’alterità del cliente significa anche riconoscere le proprie emozioni di counselor derivanti dalla relazione; significa ad esempio accogliere la propria rabbia di fronte alla paura altrui, ammettere la propria paura quale specchio di una rabbia esterna, riconoscere in sè la tristezza sperimentata a cospetto della tristezza o paura dell’interlocutore. Sospendere il giudizio implica, essere pienamente consapevoli dei propri valori, convinzioni, idee ed opinioni.

Comprendere => le emozioni e i sentimenti senza utilizzare i nostri filtri e senza farsi coinvolgere, che conduce a riconoscere l’altro per ciò che è, vale a dire a definirlo al di fuori di ogni proiezione del proprio mondo nel suo di cliente.

Osservare => anche tutti gli aspetti non verbali che aiutano a comprendere meglio cosa c’è dietro alle parole. Anche quando stiamo zitti, abbiamo un corpo che “spiffera” continuamente quello che pensiamo o proviamo. Non c’è parte di noi che non comunichi qualcosa: perfino la direzione dei piedi o la loro postura o il colorito dell’addome possono tradire dei messaggi. Naturalmente, ci sono parti più chiacchierone e parti meno espressive; al riguardo, sicuramente la “palma” dell’esuberanza spetta al volto: una miriade di muscoli possono animarsi per dare luogo ad un’espressione e segnalare le più’ sottili sfumature di un’emozione.

Lealtà => nell’espressione del proprio sentire. Restare se stessi. Non fingere per far piacere a chi parla. Ciò che si raccomanda è di non fingere di capire quando non si capisce; o viceversa di fingere di non capire ciò che non è in sintonia con idee personali.

Tollerare=>le differenze individuali, le frustrazioni, le ambivalenze , il conflitto e l’elasticità nei comportamenti guardando ad essi con dedizione ed accoglienza poiché fanno parte dello stupore del mondo.

Offrire => se stessi come specchio delle emozioni che hanno bisogno di venire fuori:  Offriamo la  possibilità al cliente di esternare i vissuti personali senza che essi modifichino la ricettività pulita ed equilibrata del nostro essere counselor. L’insegnamento rogersiano sulla congruenza, ossia la capacità del counselor di rispondere al cliente in modo coerente con le proprie sensazioni ed emozioni, tollerando l’errore, la distrazione o la possibilità di non aver compreso, consentono alla sua funzione specchiante di rendersi compatta, ossia priva del rischio che la propria “maschera professionale” e la sua intolleranza verso l’errore diventino arma di distorsione di questo specchio, che potrebbe restituire al cliente un’immagine di Sé errata.

GUARDATI DA CHI HA SEMPRE UN CONSIGLIO PER TE

Chi chiede ascolto ha bisogno di trovare uno spazio in cui potersi esprimere e quindi indagare il proprio sè interiore.  Quasi sempre non ha bisogno di consigli, suggerimenti, giudizi, incoraggiamenti, ha bisogno semplicemente di sapere che esiste qualcuno che lo accetta esattamente per quello che è, è pronto ad accoglierlo  e non vuole cambiare nulla di lui. Solo in questo setting, luogo di ascolto, accogliente il cliente sperimenterà la possibilità di decidere un percorso di autoconoscenza per prendere contatto, conoscere e valorizzare le proprie risorse interne.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Il Counseling nella relazione d’aiuto, di S. Murgatroyd, ed. Sovera

L’arte di aiutare, di Robert Carkhuff, ed. Erickson

L’arte del counseling, di Rollo May, ed. Astrolabio

Guida al Counseling, di Meier & Davis, ed. Franco Angeli

Terapia centrata sul cliente, di Carl Rogers, ed. La Nuova Italia

 

Gazda, Sviluppo delle relazioni umane, Ifrep, Roma 1991;

Giusti, Locatelli, L’empatia integrata, Sovera, Roma 2000;

Giusti, Lazzari, Psicoterapia interpersonale integrata, Sovera, Roma 2003;

Giusti, la clinica del transfert in psicoanalisi e in psicoterapia del gestalt, Ed Kappa, Roma 1991;

Rivista Integrazione nelle psicoterapie e nel counseling, n 9/10- 2001;

Scilligo, Io e tu, Vol I, Parlare capire e farsi capire, Ifrep, Roma 1991;

Scilligo, Io e tu, Vol II, Ascoltare rispondere e cambiare, Ifrep, Roma 1993.

Gabriella Costa http://ri-trovarsi.myblog.it/2009/04/16/counseling-batte-il-cuore-ma-non-vissi/